giovedì 17 aprile 2008

Non si puo' più fare

di Alessandro Robecchi
Lascio l'analisi del voto ai più esperti, ma credo che ci leccheremo questa ferita finché avremo la lingua, e forse anche dopo. A sinistra si è sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare, imperdonabile e dilettantesco tutto quanto. E' triste, ma non parliamo dei defunti, parliamo dei vivi, a malapena, ma vivi. Il Pd, infatti, pone un interessante problema di marketing che sarà il principale problema politico dei prossimi cinque anni e che sintetizzerei cosi: si può fare cosa? Si può fare il ponte sullo stretto di Messina? Si può fare il test di salute mentale ai magistrati? Si può fare di peggiorare le leggi razziali esistenti? So che messa così può sembrare una provocazione, ma restiamo ai fatti. Non risulta che in tutto il Parlamento, Camera e Senato, sieda un solo antiliberista. L'assoluta unanimità, con minuscole varianti e sfumature, nei confronti della totale libertà del mercato si realizza - credo unico posto in Europa - nel Parlamento italiano. Libera volpe in libero pollaio: 630 deputati e 322 senatori tifano apertamente per la volpe. E fin qui la valutazione oggettiva della situazione. Ma non può sfuggire anche un discreto errore di strategia. Impostare un intero disegno politico e una intera campagna elettorale sullo slogan «si può fare» renderà un po' meno agevole svolgere il compito che ci si aspetta dall'opposizione, il cui mestiere, generalmente nelle democrazie mature, è di dire a voce alta e forte che «non si può fare». C'è da pensare che quella strategia del «si può» prevedesse la vittoria come unica modalità, e che applicarla nella sconfitta sia impossibile. Partita secca, la va o la spacca, come del resto sono le presidenziali americane da cui hanno preso vela lo slogan e la sua filosofia. La principale accusa rivolta alla sinistra da parte del Pd per settimane e mesi è stata quella di essere «l'Italia del no», mentre lui ardeva, bramava e si sbracciava per essere l'«Italia del sì». Ora, che farà? Dirà sempre sì? E quando ci sarà da dire no sui temi economici, quando la volpe avrà sempre più fame e il pollaio sarà sempre più indifeso, che farà, si opporrà strenuamente con Calearo? Con Colaninno? Con Ichino? Già mi vedo manifestazioni di industriali, cortei di imprenditori e - in caso di scontri - il fitto lancio di rolex in difesa dei lavoratori. A pensarci è un vecchio sogno, quella vecchia mania del Pci di non avere nessuno a sinistra. Sogno che si realizza quando il sognatore è morto e sepolto, e ci si sveglia agghiacciati che non ci sia niente a sinistra di questa moderna e neo-flaccida Dc. Niente a sinistra punto e basta. Il tutto, alle prese con un governo di estrema destra, in campo economico e sociale. Non vedo soluzioni all'orizzonte, non vedo nemmeno l'orizzonte. Constato che se qualcuno avesse in animo di dire «non si può fare» - frase che con il prossimo governo bisognerà pronunciare ogni istante - è già partita la criminalizzazione. Si teme il ritorno delle piazze, il ritorno addirittura del terrorismo e altre cossigate consimili. Su questo il Pd ha qualcosa da dire o lascerà fare? O dirà sempre, come in un mantra ipnotico che si può? E quanto poi all'entità del baratto (fine della sinistra in cambio di un grande disegno politico), va detto che il piatto di lenticchie è misero, sotto quel 35% che era la soglia della decenza di tutta l'operazione. «Come succede nelle grandi democrazie europee - è la prima frase di Veltroni dopo il disastro - ho telefonato al mio avversario». Corretto. La seconda cosa che si fa nelle grandi democrazie europee dopo una facciata simile è andarsene, come Segolène, come Aznar. Ma questo non si è detto e nemmeno pensato. 5 anni di si può fare saranno lunghissimi. Si può dire.